Aumentano i detenuti ma diminuisce la percentuale di quelli che hanno un lavoro all'interno o all'esterno del carcere. E' quanto emerge da una ricerca realizzata dal Garante dei detenuti della Toscana Giuseppe Fanfani con l’Università di Firenze. Al 30 Giugno 2025, la quota di detenuti occupati si attestava al 45,4%, in calo rispetto al 52,6% del 2024.
Percentuale comunque superiore a quella registrata al 30 Giugno 2022, quando risultava occupato il 34% dei detenuti, la maggior parte dei quali (86,74%) alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria e una quota minoritaria (13,26%) alle dipendenze di soggetti esterni.
Lo studio, dal titolo "Il lavoro penitenziario e il lavoro in uscita dal carcere come strumento di reinserimento sociale e di dignità della persona detenuta", è stato presentato questa mattina a palazzo Bastogi. A presentare i risultati della ricerca, condotta in 4 istituti penitenziari toscani (Sollicciano e Gozzini a Firenze, Massa e Pisa) sono stati Giuseppe Caputo, professore associato in sociologia del diritto all’Università di Firenze, e Maria Cristina Frosali, dottoranda in Sociologia del diritto all’Università di Firenze, che hanno curato il coordinamento scientifico insieme con Katia Poneti, dell’Ufficio del Garante dei detenuti.
“La ricerca ci restituisce un quadro drammatico, perché il lavoro in carcere servirebbe al reinserimento dei detenuti – ha detto il garante Giuseppe Fanfani – ma risulta il grande assente nelle politiche sociali attuate. All’interno del carcere non c’è lavoro qualificato, bisognerebbe investire molte più risorse sulla formazione e la preparazione al lavoro. Bisogna partire dalle esigenze del territorio e formare detenuti pronti al reinserimento nel mondo del lavoro.”
“Spesso il lavoro che viene svolto in carcere è un lavoro povero – ha spiegato Giuseppe Caputo, professore associato in sociologia del diritto all’Università di Firenze - che aiuta poco a far crescere nuove professionalità nei detenuti. Non si riesce a creare forme di lavoro stabili nei detenuti. A esempio, a Massa, che è un carcere dalle dimensioni più piccole, ci troviamo di fronte a detenuti che spesso lavorano per ditte esterne, con una programmazione più efficace.”
“Il primo dato che emerge – ha detto Maria Cristina Frosali, dottoranda in Sociologia del diritto all’Università di Firenze – è la scarsità di risorse per il lavoro in carcere. Lavorano soltanto la metà dei detenuti e spesso fanno lavori interni, poco professionali e professionalizzanti. Servirebbe più formazione e un’analisi più accurata delle competenze già esistenti nei detenuti. Le offerte sono limitate e riguardano di più la popolazione maschile, le donne sono maggiormente escluse dalle occasioni lavorative.”