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venerdì 17 novembre 2017

TURBATIVE — il Blog di Franco Bonciani

Franco Bonciani

Franco Bonciani, fiorentino, vicepresidente della Federnuoto Toscana, uomo di sport in generale e piscinaro in particolare. Con uno sguardo attento e scanzonato su quello che gli succede attorno

L'Agnello e il Cagnaccio

di Franco Bonciani - giovedì 11 maggio 2017 ore 13:00

Massimiliano Rosolino
Foto di: Aquatica

Si chiama Massimiliano Rosolino e non ha bisogno di particolari presentazioni. Campione olimpico, mondiale ed europeo, è uno che ha segnato un’epoca nel nuoto italiano e mondiale. Smessi i panni del nuotatore diventa un personaggio richiestissimo, offuscando quel soprannome che l’aveva accompagnato prima che diventasse, semplicemente, Max. Era detto il Cagnaccio per quella sua caparbietà, determinazione feroce che non gli faceva mai mollare la presa, e tanto ha contribuito a fare di lui l’atleta che è stato. È buffo in questa foto, mentre se la ride con un cane vero, acquatico anche lui (abilitato al salvataggio, oh yes!) nell’edizione 2016 di Acquamica alla piscina del Chianti di San Casciano dove fra pochi giorni, la mattina del 16 maggio, andrà in scena l’edizione 2017.

Già, il Cagnaccio… ma a Firenze, in campo acquatico, come soprannomi non siamo secondi a nessuno.

La Rari Nantes Florentia, 113 anni di storia, a Firenze vuol dire scudetti nella pallanuoto, campioni di nuoto, medaglie olimpiche e mondiali, la società che ha insegnato a nuotare a tutta Firenze sul lungarno Ferrucci, prima in Arno poi nella piccola preziosa piscina della sede.

Ma la Rari è stata anche una fantastica fabbrica di soprannomi: che tu fossi bravo e famoso o uno dei tanti che ci sono passati, ci sta che un soprannome ti venisse affibbiato, e non di rado erano delle chicche che rimanevano addosso come una seconda pelle.

Alcuni erano banali, creati giocando sul nome o cognome, altri su caratteristiche fisiche, altri ancora su dettagli, o perfino errori, che sono diventati leggendari. Jolly, Bigodo, Lucertolina, Naga, Nebula, Faraone, Trota, Palombo, Semola, Lothar, Tromba, Conte Merda e mille altri.

Qui vi racconto dei famosi Gianni Lonzi (Ciro), Gianni de Magistris (L’Agnello), e i meno famosi Daniele Innocenti (il Gogo) e Fabrizio Dimoni, il mitico Provino.

Last but not least, il Joe (io!)

IL CIRO (Gianni Lonzi)

Gianni Lonzi è da circa 60 anni protagonista indiscusso della pallanuoto mondiale, prima come giocatore (campione olimpico a Roma 1960, quindi Tokyo 64 e Messico 68) dopo come allenatore (come assistente a Monaco 72, poi coach con l’argento di Montreal 76 e l’oro iridato di Berlino 78) poi ancora come dirigente tra FIN, LEN e FINA dov’è tutt’ora a capo, Lìder Maximo, della struttura tecnica che stabilisce regole e sedi delle grandi manifestazioni.

Uno che durante l’alluvione del 1966 si tuffò per portare in salvo diversa gente in difficoltà nel rione della Colonna (abitava da quelle parti, come tanti rarini doc), adesso è conosciuto universalmente come “il Cavaliere”, carica conferitagli dopo l’oro delle olimpiadi romane, ma per molti amici della Rari è ancora “Ciro”.

Un paio di anni prima di Roma ‘60 un incidente di moto gli causa danni gravi ad un ginocchio e mette a repentaglio il suo futuro. Gianni non è di quelli che si arrendono, e ricomincia ad allenarsi con un bullone nel ginocchio, cammina con le stampelle, e qualcuno nel giro della nazionale lo meleggia, al che Gianni risponde baldanzoso “Farò come Ciro Menotti, lancerò la stampella!”. Ma il Lonzi non ancora Cavaliere aveva sbagliato patriota: quello non era Ciro Menotti, ma il buon Enrico Toti, morto lanciando la stampella contro il nemico nella prima guerra mondiale. Con grave disappunto dei manuali di storia e buona pace per Enrico Toti, doveva essere Ciro.E Ciro fu.

L’AGNELLO (Gianni De Magistris)

L’uomo che sta alla pallanuoto come Maradona al calcio o Edison alla lampadina lo abbiamo avuto noi a Firenze: Gianni De Magistris. Sono fra i fortunati che lo hanno visto giocare, godendo come pazzi per dribbling, finte, e la caterva di goal che infilava ogni partita. Peccato non poterlo rivedere adesso in filmati d’epoca, da mostrare a chi gioca adesso.

Cinque olimpiadi, da Messico 68 (aveva diciotto anni) a Los Angeles 84, non poco.

Qualche aneddoto. La Rari deve giocare una partita di campionato facile a Torino, è il 1976, l’anno dell’ottavo scudetto, Gianni ha la febbre alta. Gli consigliano di non andare, non c’è partita, è come se la si fosse già vinta. Lui non se la vuole perdere, e va. Partita complicata come accade a volte con le cose che sembrano facili, vinta con un solo goal di scarto per 9 a 8. Gianni segna tutte le 9 reti.

Mondiali del 1978 a Berlino, si gioca con la formula del girone all’italiana, senza finale, all’ultima partita l’Italia si presenta in vantaggio, basta un pareggio per diventare campioni del mondo. Si gioca contro l’Ungheria di Farago, Molnar e Horkay, mica pizza e fichi. Finisce pari, 4-4, e Gianni non gioca benissimo: realizza due goal e fa i due assist decisivi. Mica come nella partita precedente, che vinciamo 6 a 5 sulla Jugoslavia, dove realizza 5 reti!

I dribbling nella pallanuoto non è che siano la cosa più semplice che si possa fare. Eppure ne realizza uno spettacolare in un altro incontro con l’Ungheria, dove scarta il portiere ed entra in porta con la palla. Provateci…

Gianni era “l’Agnello”. Visto come giocava si poteva pensare ad un “Agnello di Dio” per quello che combinava in acqua, ma anche a varie battute sull’agnello dovute ad una corpulenza che a volte esagerava la silhouette del n° 6. Niente di tutto questo.

Inizia a giocare in serie A giovanissimo, a 14 anni, va in trasferta con la squadra composta da vecchie lenze che avevano più del doppio dei suoi anni, e il bon ton non era proprio il tratto distintivo dell’ambiente. A quei tempi il campionato di pallanuoto si giocava solo con la bella stagione, non c’erano le piscina coperte per giocare anche d’inverno, e si disputavano due partite per weekend, una il sabato ed una la domenica. Trasferte avventurose, treni di terza classe, pensioni e locande da due lire, dopo la partita si gira per la città in attesa di andare a cena da “Aniello”. Fa caldo, non c’era lo smartphone col navigatore per orientarsi, borsoni da portarsi dietro, alla fine l’allenatore, il mitico Enzo Zabberoni, si rompe di stare a cercare e infila nella prima bettola che trova. Al che il giovin virgulto (mai avuta troppa propensione a tenere ferma la lingua…) fa “O non si doveva andare da Aniello?”. Lo Zabba, che non era proprio un tenerone si volta e gli fa una vociata, apostrofandolo alla fine con qualcosa come “Un rompere i coglioni costì, Agnello!”. Fra le risate dei vecchi della squadra, che poi continuarono a massacrarlo, era nato l’Agnello.

IL GOGO (Daniele Innocenti)

Daniele non è stato un campione, era un ragazzo di grande forza fisica, non propriamente a suo agio nell’acqua, che adesso continua a frequentare come idraulico. Giocava in porta, ed aveva anche qualche problema di diottrie, insomma, fra lui e uno come Stefano Tempesti ci correva come tra mangiare e stare a vedere.

Qualcuno notava che la sua presenza in porta fosse impalpabile: si diceva, di un portiere che parava poco, che fosse dipinto. Dal dipinto, si passò ad uno dei pittori per antonomasia, il Van Gogh. Ma il soprannome Van Gogh era troppo lungo. E quindi, fiorentinamente, divenne Gogo.

IL PROVINO (Fabrizio Dimoni)

La summa di tutti i soprannomi rarini è racchiusa in questa perla assoluta, che dura da più di sessant’anni, e concentra genialità, fantasia, ferocia ed affetto fiorentini. Fabrizio Dimoni è uno dei rarini che alla Rari sono cresciuti e diventati uomini, non di rado belle persone come nel caso di Fabrizio. Coetaneo e amico fraterno di Gianni Lonzi, passa fin da ragazzino le giornate alla Rari, dove il tempo si trascorreva fra nuoto, giochi ed allenamenti.

A quei tempi non esisteva ancora la piscina, la sola al chiuso per nuotare d’inverno era la Muzzi in Piazza Beccaria. Alla Rari si poteva nuotare con la bella stagione, in Arno, fra i pontoni piazzati dal Serafini stando attenti a scansare strana roba riportata dalle piene.

Niente acqua riscaldata, quindi, e nemmeno termometri per misurare la temperatura, per capire se fosse il caso di buttarsi o no.

Anzi no, un termometro c’era: il buon Fabrizio, che veniva catturato dai più grandi e volato in acqua. A seconda di come si dimenasse una volta entrato in acqua si valutava saggiamente se fosse il caso di tuffarsi oppure lasciar perdere. Il Provino, appunto. Che negli anni a seguire continuerà a far parte della Rari, anche come dirigente. E quando viene eletto consigliere per la prima volta negli anni ‘70, alla presentazione del consiglio con l’assegnazione delle cariche, arrivato a lui il presidente Gigi Raspini dice “ e al Provino gli si da… Oh, a proposito, come tu ti chiami di nome?”

Leggenda!

IL JOE (leggasi Gioe!)

Quando ti alleni tutti i giorni almeno due ore con compagni più grandi, forti, bravi, e vieni regolarmente preso per il culo o, peggio, ignorato, beh, questo può diventare un problema. Ero un ragazzino smilzo e rompicoglioni ma dovevo trovare il modo di entrare in sintonia col gruppo, farmi accettare. Lapo Cianchi, Sergio Affronte, Nicola Bologna, Giovanni Consigli, Leonardo Cecchi e poi anche Massimo Nistri, oltre a Patrizia Lanfredini e gli altri, tutti più grandi e bravi. Non credo che in realtà fosse un problema di essere più o meno bravo, più semplicemente penso di non essere stato il massimo della simpatia.

Per farmi considerare iniziai a fingermi guardia del corpo del più bravo di noi, Lapo Cianchi, attuale dirigente di Pitti Immagine: c’era un problema che lo riguardava? “Non ti preoccupare, Capo, ci penso io!”. Qualche rivale pericoloso? “Capo, lo sistemo io!”. Insomma, facevo chiaramente il paraculo, ero più piccolo e leggero (ai tempi) del resto della squadra, sarei stato poca roba come guardia del corpo, ma il gioco funzionò. Lapo mi fece “sei il mio tirapiedi, come nei film di gangster americani dove ogni boss ne ha uno: ti chiamerò Joe”. Era fatta, avevo un ruolo, esistevo. Per la Rari, compagni di quei tempi e anche allievi di diversi anni dopo, sarei stato il Joe.

Franco Bonciani

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