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domenica 20 ottobre 2019

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Il salice

di Marco Celati - venerdì 02 agosto 2019 ore 12:00

Lungo l’Arno, di là dal muro arginale, sulla Tosco Romagnola c’era un albero gigantesco. Faceva pendere rami e foglie un po’ sulla strada, la maggior parte verso l’argine ed il fiume. Non so che albero fosse, forse un salice, non conosciamo i nomi delle piante, noi di città. Sì, un salice probabilmente, i salici sono piante acquatiche, c’è anche un libro. Ma non era uno di quelli piangenti con i rami pendoloni, il “mio” salice se ne stava eretto, fiero e dava una sensazione di sicurezza e di forza a vederlo. Soltanto al passaggio richiamava l’ombra e il frusciare del vento tra le fronde e s’immaginava la corrente del fiume oltre la curva, verso le dighe dello Scolmatore.

Un tempo, di là d’Arno, sull’ansa davanti a Bocca d’Era, c’era una spiaggia con cabine e ombrelloni, bagni improvvisati d’estate per villeggianti di città: povera gente per lo più, le famiglie popolari e i ragazzi del tempo. Un barcaiolo traghettava le persone sull’altra riva per pochi soldi. I più ardimentosi o poveri si portavano indumenti e panieri, reggendoli sopra la testa e sapevano dove si poteva guadare, in costume o in mutande.

Negli anni il fiume è cambiato, non c’è più sabbia sulla riva, solo una lussureggiante vegetazione che si affaccia sull’acqua, ristoro di aironi, garzette, uccelli stanziali e migratori. Il fiume è più profondo, più forte il suo corso, inquieto e impetuoso come lo scorrere di questi anni. Tutto si è portato via, sabbia e ricordi. È tornato un battello che traghetta persone e nostalgia fino alla Rotta e ritorno, l’ha preso usato il Comune, ma quest’anno non esce. Mancano i soldi. Peccato. C’era il Capitano Mannucci, uno storico prestato alla Nazione, nel senso del giornale, o, viceversa, un giornalista prestato alla storia, nel senso della cronaca, che faceva da cicerone volontario, con in testa un cappello marinaresco di quelli da Carnevale, comprato dal Ghera. O capitano, mio capitano! Almeno i nostri porticcioli di legno erano aperti ai forestieri, solo che il fiume in piena li ha travolti e se li è presi. I porticcioli, non i forestieri.

Da un giorno all’altro anche il grande albero è sparito, abbattuto. Forse preoccupava la sua mole come intralcio al corso delle acque, forse le sue radici insidiavano il muro e gli argini. Non c’è più. Le piante ci mettono così tanto a vivere e a noi basta un momento per decretarne la fine. Strano destino il loro, così legato alle nostre paure e alle nostre proteste, più che alla nostra vita e ai nostri desideri.

Ecco, io non sono un ambientalista o un ecologo, se non dell’anima e poco anche di quella. Anima sono parole grosse, esistenza forse, ma chissà. Peggio. E sono più un nostalgico del futuro di quanto lo sia del passato, eppure l’albero sul fiume manca al mio cuore. È come una perdita e lo cerco con lo sguardo tutte le volte che passo come se potesse riapparire un giorno, in fondo alla strada, lungo l’argine, sotto l’azzurro del cielo, a contrastare e assecondare il vento che spala le nuvole lontano. Gli uomini potrebbero ripiantarlo. Invece, quando sarà, io me ne andrò per sempre e non vorrei avere più niente, essere più niente, non vorrei rivivere che per questo: essere il salice che ondeggia lungo il fiume.

Pontedera, 15 Luglio 2019

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Foto di Bocca d’Era” rielaborata dall’autore.

Carissimi lettori, mi prendo una “feria d’agosto”, magari! Un caldo saluto. A presto

Marco Celati 

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